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UNA VOCE FUORI DAL CORO

In questi mesi avrei potuto scrivere di tante cose. Avevo idee personali in merito alla grande commozione seguita alla morte di Fabrizio Frizzi, alla ragazza morta suicida il giorno in cui avrebbe dovuto discutere la sua tesi di laurea ma che in realtà non aveva mai sostenuto neanche un esame. Morta di paura o di vergogna. Chissà.
Avrei voluto descrivervi l’emozione di una sera di Aprile in uno stadio stracolmo di persone: 65 mila per l’esattezza, unite nella gioia di una vittoria miracolosa. O l’immensa incomparabile trepidazione della prima notte nella casa nuova che è proprio come l’avevo immaginata e sognata.
Ma non l’ho fatto. Non ho scritto nulla per settimane perché tutte queste emozioni sono rimaste intrappolate dentro di me senza riuscire a prendere una forma precisa. Per un lasso di tempo che non voglio quantificare, le mie mani non sono state in grado di trasformare i pensieri in parole. Forse perché di parole se ne leggono tante e tutto sembra già detto troppe volte. Forse perché di parole se ne leggono troppe che spesso sarebbe meglio restassero intrappolate nelle reti del buongusto. E la paura di cadere nel già detto, nello già scritto, nel detto male e nello scritto peggio ha inibito ogni mio istinto di mettere nero su bianco, di esternare e condividere.
Oggi è diverso. Oggi le dita scorrono sulla tastiera come in preda ad un raptus, bramose di alleggerirsi di tutte quelle parole rimaste incastrate.
E allora vorrei parlarvi di tutto.
Della sensazione di benessere che mi provoca questo primo tiepido sole, della dolcezza che suscita in me vedere mio figlio alle prese con il suo primo amore, dello stupore che mi genera la metamorfosi della mia bambina che sta diventando la ragazza più bella che io abbia mai visto.
Questo ghiaccio andava rotto perché rischiava di condannarmi sott’acqua.
E io voglio respirare. Scrivere e raccontare. Esternare e condividere. Nella speranza di restare una voce fuori dal coro.
A modo mio

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