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SCONNESSI? NO, GRAZIE.

2.600. Sono le volte che tocchiamo lo schermo del nostro smartphone.
In un mese? Una settimana?
No. In un giorno.
Un giorno. Avete capito bene.
Significa che per 2.600 volte, ogni giorno, parte un impulso dal nostro cervello, un ordine, che il nostro indice destro recepisce ed esegue.
Toccare lo schermo.
In una sorta di riflesso incondizionato dettato da un’attrazione incontrastabile.
Lo spiega bene il film “Sconnessi”, al cinema in questi giorni.
Lo spiega in chiave ironica, tra gag esilaranti ed estremizzazioni, ma la questione è seria.
Ed ha anche un nome serio: nomofobia.
Letteralmente, la paura di rimanere senza connessione internet.
Emarginati dal resto del mondo.
C’è da riflettere. E molto. E in fretta.
L’uso smodato dei social, ma anche l’estrema velocità nel reperire informazioni di qualsiasi genere, senza filtri, nonché l’alienazione indotta dai giochi interattivi. E poi FaceTime, Musically, House Party, Snapchat…
Un mondo parallelo che ti rapisce e ti tiene segregato, che ti ruba il tempo e appiana le emozioni.
E dà assuefazione.
Nasce da qui l’idea dello “Sconnessi day”, un vero e proprio esperimento sociale che fa eco al tentativo semiserio del regista Marazziti: rinunciare per un giorno, un solo giorno, a quei 2.600 impulsi. Rinunciare alla connessione ad internet per riconnettersi con il mondo reale. Una sfida. Tosta.
Non tanto per noi genitori, parzialmente connessi e reduci del telefono a gettoni, dei 45 giri e delle feste in taverna, quanto per i nostri figli che utilizzano lo smartphone come un’estensione naturale della mano. E del cervello.
Una sfida che vuole essere un incipit, un punto 0 da cui partire per una crociata moderna.
Nel film funziona, in parte.
Nella realtà… Chissà.
Stiamo a vedere.

Buonanotte

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